Sul lavoro trascorriamo circa il 60% del tempo della nostra giornata. Eppure il lavoro sembra non essere in grado di alimentare la nostra esistenza. Non si preoccupa di significare la vita umana, e dalla vita ottiene in risposta disagio e apatia.

Per troppe persone il lavoro si riduce a semplice parentesi vuota, che divide dal fine settimana, dalle ferie, dalla pensione. Ricettacolo di nevrosi e frustrazioni, individuali e collettive, sviluppa sovente non le nostre capacità, ma logorio, sfiducia e cinismo.

Parlare di lavoro appagante in tempi di precarietà e di incertezza diffusa può all'apparenza sembrare anacronistico.
Oggi più che mai urge invece ridare al lavoro un posto significativo all’interno della vita umana. Per permettere al fare di corrispondere degnamente con la più ampia esistenza di chi lavora.